RECENSIONI


Tra novecento e Arts Decò: sculture di quercia

di Mario Cozzi (Ed. Firenze - ieri,oggi,domani), 01/02/1991



Anche qui ne «La città arredata», come nella precedente rubrica, entra, questo mese, uno dei Coppedè: nella fattispecie Adolfo Coppedè che, ormai sessantenne, ha investito parte dei cospicui proventi della sua attività di architetto e di «designer», in un immobile nel centro di Firenze, destinato anche ad accogliere il suo nuovo studio. Siamo nel 1930 e l'immobile in oggetto consiste in una porzione dell'antica «residenza» dell'Opera di Santa Maria del Fiore. Il Coppedè sovrintende personalmente all'adattamento dell'antichissimo edificio, al «restauro» della facciata con gli stemmi marmorei trecenteschi e imposta di persona anche il disegno del nuovo portone d'ingresso affidandone l'esecuzione, l'intaglio allo scultore Umberto Bartoli. Fra i due c'è un lungo sodalizio di lavoro; fin dal 1910, dall'anno in cui s'era trasferito a Firenze dalla natia Livorno, Bartoli aveva lavorato all'interno de «La Casa Artistica» dei Coppedè, partecipando a quei complessi allestimenti d'interni che erano la gloria della ditta e che trovavano uno specifico punto di forza proprio nella qualità degli intagli lignei. Anche quando lo scultore aveva aperto una bottega propria, la collaborazione con Adolfo s 'era mantenuta consistente. Per esempio, nel ' 19, Bartoli aveva partecipato al conclamato allestimento in stile gotico della farmacia «al Canto alle Rondini» per la quale aveva anche scolpito in pietra una Madonna destinata al tabernacolo sulla strada; per esempio, nel '20, aveva realizzato il busto di Benvenuto Cellini per la facciata del lavoratorio di oreficeria Nelli, «casa del Cellini», in via della Colonna. Soprattutto nel corso degli anni Venti, aveva collaborato all' arredo dei transatlantici del Lloyd Sabaudo e della Cosulich, che per l'atelier dei Coppedè e per i laboratori d'intaglio fiorentini, erano stati una principalissima occasione di lavoro. Vale la pena di presentarlo qui, non solo perchè rientra fra gli arredi urbani di una segnalabile qualità, ma anche perchè è opera poco o punto ricordata nella carriera artistica del Bartoli. Sono gli anni di «Novecento» e delle Arts Dèco, è il momento in cui tradizione e modernità si incontrano in un rapporto originale specialmente nel campo delle arti decorative. Mediando la lezione delle avanguardie d'inizio secolo con prepotenti istanze di classicismo, esprimono una eleganza nuova, secca, stilizzata, attenta alle preziosità, all'intrinseca qualità dei materiali. Il portone di Piazza del Duomo non può certo, nell'insieme, essere esemplare di questo momento: la sua sagoma tarchiata, la greve chiodatura, risentono piuttosto dei caratteri medievali dell'edificio sovrastante. Ma le otto formelle profondamente intagliate nel tenacissimo legno di quercia e quasi compresse dal pesante telaio, sviluppano il linguaggio tipico di questi anni e, nel loro arcaico classicismo, nel controllo di una materia tanto aspra e «difficile», costituiscono un'apprezzabile testimonianza del Novecento. Segnano, comunque, con altre opere coeve, il momento più felice nell'operosità del Bartoli scultore.

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    Dall'opera "Tabernacolo di Canto alle Rondini 0107"

    Dall'opera "Benvenuto Cellini 0378"



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