FIRENZE, gennaio.
Fu Michelangelo a chiamarla « la bella villanella » la chiesa di San Salvatore al Monte alle Croci, a Firenze, capolavoro del Cronaca. Cipressi in ampia fila lungo l'inerpicata via crucis che ancora si compie nella giornata del venerdì Santo, e lecci, Querci, roveri e cerri a incorniciare l'architettura alta sulle scalee.
L'ultimo conflitto deturpò non poco questo convento che i francescani custodiscono con tanto amore e ancora restaurano.
Era l'estate del '47, due anni da quando il suo crocifisso, chiaro di tiglio, aveva sostituito la croce dipinta, precipitata dell'altare per la furia della guerra che Umberto Bartoli saliva la mattina della domenica, a quel convento.
C'è da credere che durante la messa, per la luce che filtrava dalle finestre, riguardasse con trepidazione il Cristo.
Ma nell'orto ombroso di olivi e antiche pergole che anticamente arrivava a valle fino a via dei Bastioni, l'animo gli si stemperava a ricordo della moglie su per le rampe del piazzale Michelangelo, che saliva appesantita per la prossima maternità, mentre un bambino -- il maggiore -- le si agganciava al braccio per raggiungere proprio via dei Bastioni dove allora abitava con la sua giovane famiglia.
La casa di via del Ghirlandaio, poi, quando s'era aggiunta anche la bambina, e quel suo doversi arrangiare a un lavoro richiesto e sollecitato: i numerosi burattini che ammorbavano l'aria delle stanze per le vernici, i colori, gli smalti, ma così utili a sfamare l'accresciuta nidiata.
Quando si trasferì tra gli orti e i giardini di via fra' Paolo Sarpi, si permise uno studio, mentre la sua arte abbandonava l'artigianato da cui proveniva, senza tradirlo.
L'una senza l'altro non vivono, a Firenze: indissolubili, ambedue, con una linea di confine imprecisata, come quell'ora magica della giornata, in cui non è più giorno, ma non ancora. sera, quando a San Salvatore come in ogni convento, suona Compieta. Esempi famosi confortano. Nella bottega di Borgo Allegri ma quale? il mugellano Giotto tritava i colori per Cimabue. II giovane Leonardo in quella del Verrocchio, dipingeva il suo primo angelo nel battesimo di Cristo commissionato al maestro.
Forse a tutto questo pensava Umberto Bartoli in quell'incipiente meriggio di siesta dopo un pasto frugale da convento, mentre il padre priore centellinando il suo caffè, spigolava tra 1e foglie i magli tondi. Ma l'artista, dimentico di sorbire la sua bevanda, se ne discostava osservando in tralice i rami, il tronco. Aveva già intuito come scolpirci un crocifisso d'un sol pezzo e lo confidò al frate che si meravigliava del suo incantamento.
«Lasci che faccia noci per il convento, abbondanti secondo il solito! Se morirà, sarà affar suo!» promise laconicamente il francescano, per regola abituato alla povertà e all'obbedienza. Qualche mese dopo avvenne il contrario di ciò che accadde al noce di fra' Galdino e Umberto Bartoli concretò impensatamente il sogno.
L'opera occupa oggi una parete di quello che fu il suo studio, mentre altre sono nelle chiese, in raccolte private, nelle teche domestiche e oltre oceano. Un crocifisso per una missione è in Papuasia. Alla collezione vaticana Bartoli ha donato una testa lignea di Giovanili Papini, l'uomo tutto d'un pezzo che la vita scolpì davvero nella rovere. Di poche parole, entrambi, s'intendevano senza parlare. 0 Provati , ambedue dalla perdita d'un figlio.
L'arte sacra e t Stata predominante per to spiritò contemplativo dello. scultore, per l'anima naturalmente cristiana ma soprattutto per la semplicità innata, mantenuta tutta la vita.
Ma non disdegnò modelli profani. Ogni artista sa quale difficile soggetto siano le mani. Umberto Bartoli le aveva bellissime, delicate, nonostante la forza che richiedeva lo scalpello, sensibili e duttili. Studiandosele, scolpi quelle dell'officiante, all'Offertorio, degli sposi al dono dell'anello, del pianista negli accordi incrociati, del direttore. d'orchestra nel pianismo diffuso, del violinista in una sottile archeggiatura.
La musica era presso di lui. La figlia Palilia -- nome suggerito dalle antiche feste d'aprile -- è pianista. Dei figli, il maggiore ha preferito il violino, l'altro il violoncello, Proprio la musica ha creato in famiglia nuovi e duraturi accordi, quando Giuliana, una seconda figlia, per lui, accompagnando i giovanili con certi del suo primo ragazzo, lo sposò, offrendo al nonno, nuovi modelli per le sculture.
è del '46 l'anno precedente il Crocifisso del San Salvatore. la testa piccola e trepida del nipote Leandro, che ripete il nome del figlio perduto, già scultore, sulle sue orme. Nel 49 eccola arguta nello sguardo, Maria Teresa, dai riccioli compatti, tutta protesa nei suoi «perchè», ma composta come una piccola donna. Nel '50, Maurizio, il più birichino, pungente e nidiandolo» come l'ultimo uovo che la massaia pone nel covo.
Dopo la famiglia, gli amici. C'è, di Umberto Bartoli, una collezione singolare che testimonia la cultura fiorentina del tempo
Nel suo «buon ritiro» di via fra' Paolo Sarpi, l'artista ospitò colleghi e studiosi, fermati in immagini lignee. Il filosofo Lumanna vaga lo sguardo come incantato dal mondo delle idee. Rosai, sanguigno e massivo� si rannicchia su le interminabili gambe, lo storico dell'arte Mario Salmi, dal tondo viso negli occhiali a stanghetta, Papini solido nel suo legno, Lisi dal volto pacioso del parroco di campagna, Bernardini caustico e imprevedibile, Bargellini con fiori in ricordo delle sue ricorrenti fiorite, la Pira ieratico, questuante e raccolto.
Ma dimentico dell'arte sua, Umberto Bartoli, al far della sera serrava furtivamente la porta dello studio e sgusciando rapido tra i muri gobbi lì in fondo alla strada, arrivava alla sua chiesa cittadina di via Capo di Mondo, quella degli antichi «frati bigi». Se la luna batteva chiara sul campanile arabescato e nuovo, particolarissimo si perdeva con la fantasia fino alla cuspide acuminata, buia nella notte. Ma anche se una pioggia lo bagnava fino alla lucentezza, quello slancio era bello, per lui. Il più caro campanile di tutta Firenze, progettato da suo figlio Lando. Ogni notte era come se non potesse dormire senza arrivare fin là, a due passi da casa. Casa studio, s'intende: l'ampio atelier dove il figlio architetto vive e lavora a contatto con tante sculture in mogano, di tiglio, di quercia, d'olivo, perfino di prezioso avorio. Su per una Scala a giorno, morbida d'un tappeto color senape, un pannello con cinque figure porta incisa la scritta: «La mia famiglia». Ma non solo quella natura possiede un artista.
Così Firenze gli ha dedicato un'antologica nel '61 all'Accademia, e, nell'80, una mostra postuma nel chiostro interno del convento di San, Marco, sacro all'Angelico.
Nelle ultime stagioni estive trascorse a Castiglioncello -- un passo dalla sua Livorno -- Umberto Bartoli dipinse i luoghi cari alla sua infanzia, primo il famoso pino di villa Carina, da cui partì fanciullo e orfano. Per un amore trasmessosi veramente in simbiosi, Lando Bartoli, per lunghi anni si è occupato con passione del piano regolatore di Livorno, rifacendo a ritroso quasi ogni giorno, la strada da cui proveniva suo padre. Sarebbe giusto, curare una mostra delle opere sue migliori nella sua antica» città di mare che sempre lo scultore rimpianse, sognò e quasi di nascosto volle più volte rivisitare.
Luogo ideale da cui partì la sua arte fanciulla.
MARIA BERNARDINI
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