Era l'estate del '47. Da due anni, da quando il suo crocifisso chiaro di tiglio aveva sostituito la croce dipinta, precipitata dall'altare per la furia della guerra, Umberto Bartoli saliva, la mattina della domenica, al convento di San Salvatore al Monte. C'è da credere che durante la messa, per la luce che filtrava dalle finestre, riguardasse con trepidazione il Cristo.
Sotto un noce enorme, in quell'incipiente meriggio di siesta dopo un pasto frugale da convento, il padre priore, centellinando il suo caffè, spigolava tra le foglie i malli tondi, ma l'artista, dimentico di sorbire la sua bevanda, se ne discostava osservando in tralice i rami, il tronco. Aveva già intuito come scolpire di li un crocifisso d'un sol pezzo e lo confidò al padre che si meravigliava del suo incantamento.
«Lasci che faccia noci per il convento... cosi abbondanti, come è solito! Se morirà, sarà suo!» promise laconicamente il frate, per regola abituato alla povertà e all'obbedienza. Qualche mese dopo, avvenne il contrario di ciò che accadde al noce di fra Galdino e Umberto Bartoli concretò impensatamente il sogno. L'opera occupa oggi una parete di quello che fu il suo studio, mentre altre sono nelle chiese, in raccolte private, nella collezione vaticana, nelle teche domestiche e Oltreoceano.
L'arte sacra fu predominante per lo spirito contemplativo e la sua anima «naturalmente cristiana», ma non disdegnò modelli semplici e profani.
Ogni artista sa quale difficile soggetto siano le mani. Umberto Bartoli le aveva bellissime, delicate, nonostante la forza che richiedeva lo scalpello, sensibili e duttili. Studiandosele, scolpi quelle dell'officiante all'offertorio, degli sposi al dono dell'anello, del pianista negli accordi incrociati, del direttore d'orchestra nel pianissimo diffuso, del violinista in una sottile archeggiatura. La musica era presso di lui. La figlia Palilia nome suggerito dalle antiche feste d'aprile è pianista. Il figlio ha preferito il violino e per vivere tra tanti ricordi, ha trasferito qui il suo studio d'architetto.
Ora che i musei, quelli pubblici e consacrati --- gli Uffizi come il portico dell'Accademia ---- offrono ogni giorno le desolanti tracce di soste notturne con necessità che perfino i gatti randagi sono abituati a nascondere, è consolante che la porta d'ingresso a questo luminoso atèlier si apra su un tappeto soffice dal colore di senape, e su tavoli, su consolle, in vetrine, siano amorevolmente raccolte tante sculture.
Tra queste, una collezione curiosa e particolare, testimonia la cultura del tempo.
Umberto Bartoli, nel suo «buon ritiro di via fra Paolo Sarpi, ospitò molti amici, consacrati artisti, studiosi e filosofi, fermati in immagini lignee. Paolo Lamanna svaga lo sguardo come incantato dal mondo delle Idee. Rosai, sanguigno e massivo, si rannicchia ad abbracciare le sue interminabili gambe. Primo Conti è visto come uno scolaretto sempre il primo impertinente e intuitivo. Salmi, dal tondo viso negli occhiali a stanghetta, Papini, solito nel suo legno, Bernardini caustico e imprevedibile, Lisi dal volto pacioso del preposto di campagna, Bargellini, con fiori, in ricordo delle sue ricorrenti fiorite, La Pira ieratico, questuante e raccolto.
Al sopraggiungere della sera, Umberto Bartoli serrava quasi furtivamente la porta del suo studio. Sgusciando rapido tra i muri gobbi li in fondo alla strada, arrivava alla sua chiesa cittadina di via Capo di Mondo. Se la luna batteva chiara su quel campanile particolarissimo, arabescato e nuovo, si perdeva con la fantasia fino alla cuspide acuminata e bigia: buia, nella notte. Ma anche se una pioggia lo bagnava fino alla lucentezza, quello slancio era bello, per lui. Il più caro campanile di tutta Firenze: quello progettato da suo figlio Lando! Ogni notte, era come se non potesse dormire senza arrivare fin là: due passi da casa. Casa-studio, s'intende.
Maria Bernardini
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