Sabato 13 giugno 1987 è stata inaugurata a Villa Arrivabene una mostra di sculture, disegni e pitture di Umberto Bartoli nel decimo anniversario della morte. Questo evento ha voluto essere un omaggio, tributato dalla città di Firenze, ad un artista del legno, che qui ha lavorato per più di sessanta anni.
Questa retrospettiva ha trovato una collocazione prestigiosa, in un ambiente intimamente signorile, atto soprattutto ad accogliere un'esposizione dal sapore nostrano. Ed è stato proprio con questa occasione che Villa Arrivabene, sede del Quartiere 12 di Firenze, ha inaugurato ufficialmente i propri spazi espositivi.
Le origini della Villa e II giardino.
Le origini dell'attuale Villa Arrivabene. risalgono all'epoca medioevale. Col passare dei secoli il complesso murario è stato sottoposto a varie modifiche e si ritiene che solo verso la metà del 1600 la ristrutturazione della "Villa fuori Porta alla Croce "abbia dato al complesso l'attuale aspetto d'insieme. Al primo piano si trovano quelli che erano gli ambienti più importanti della Villa: salotti. sale e camere da letto, riccamente decorate. Proprio in queste stanze, riportate ad una nuova fruibilità, sono state accolte le opere di Umberto Bartoli.
La galleria al primo piano, arrivando dalle scale presenta per prima la grande scultura in quercia «II giocatore di calcio» del 1932, composizione statica con un piede appoggiato al pallone, momento di riflessione prima del gioco.
II percorso della mostra si snoda poi ardito nelle sale successive, presentato dal critico d'arte Paloscia. Sono non molte le sculture e segnano le tappe più importanti dal Battesimo a «Abele morente» del 1906, il «Fauno» del 20, il «Cristo deposto» del 49: vigata nel tiglio alla quale è contrapposto S. Francesco» del 36 ove la verticalità della simbologia sono esaltate dall'incisione forte. Ancora la porta della parrocchiale a Panzano in bronzo dove le formelle suddivise a scomparti con Io stesso processo a encausto del 70 e la parte figurale rudemente come se fosse sbozzata con l'accetta parete di fondo della sala grande della Chiesa dell'Ascensione del Sacro Cuoe di Firenze del 57, di mistica drammaticità dalle specchianti lucidature del tiglio. Ancora ricordare la «Pietà» del 36, il bronzo «Cellini» posto sul terrazzo, le «Quattro Stagioni e qualche disegno e le pitture ad encausto di soggetti di caccia o i sassi di Castiglioncello, nostra memoria come sul catalogo sono molte altre opere per un assunto finale che dia l'impressione generale della storia di artista artigiano, e del suo fare, come scrive Giovanni Colacicchi per la presentazione della mostra di Bartoli all'Accademia delle Arti e Del Disegno nel 1961: Le dita entravano negli incavi, indugiavano in piccoli colpi, si potrebbe dire che «parlavano» in un loro proprio linguaggio e non con la figura ma veramente col legno.
Bartoli ha saputo sfruttare la tecnica che aveva imparato fin da ragazzo in una bottega livornese di falegname per raffinarla con l'esperienza e passare a fasi successive di autentico fare artistico. Infatti nelle sue opere vi ritroviamo un linguaggio aulico, pulito, espressivo che suscita nello spetta tore sensazioni forti e precise. Si avverte inoltre una straordinaria padronanza del «mestiere» come il privilegiato dono di una fantasia che muove da un appassionato e sensibile approccio alla realtà e da un preciso rapporto fra questa e le possibilità espressive della materia. In questo scultore c'è un'assidua ricerca di immediatezza comunicativa che tuttavia non esclude un continuo controllo come misura che si riferisce e si illumina nella consapevolezza dei fondamentali valori della vita.
Si deve altresì riconoscere che in alcune sculture c'è una nervosa estemporaneità e i modelli si caricano di suggestioni chiaroscurali e pittoriche, mentre in altri c'è la purezza dei torniti volumi che si esaltano nello splendente nitore delle levigate superfici.
La storia connaturata con l'evolversi del gusto estetico, e questo Io riscontriamo nelle « parentesi deco » che egli ha dato ad alcune sue particolari sculture, come ampiamente ha trattato l'Architetto Cresti. e ne sono esempio gli animali in legno dorato che si trovano nell 'atrio del cinema Odeon di Firenze o i mobili da salotto e gli stipi che fanno parte di collezioni private.
Nella produzione religiosa che è la più numerosa ed anche «la più difficile», come ha detto il Sovrintendente alle Belle Arti Luciano Berti presente alla «tavola rotonda» che si è tenuta pochi giorni dopo la vernice della mostra «c'è notevole tensione mistica, con una particolare ricchezza e snetimento di partecipazione come c'è stata in tutta la vicenda di Bartoli».
Questa mostra nella varietà delle sue espressioni, tematiche e moventi esecutivi dichiara Umberto Bartoli un attento artista sia per la sensibilità di osservatore che per la capacità di riportare a sua misura personale un autentico professionismo artistico con il quale creava i suoi soggetti nei minimi dettagli seguendo quel suggerimento intimo che ogni artista sa ascoltare e interpretare per trarre dalla materia la forma più consona al momento creativo.
FRANCA NESI
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